Cooling tower at a nuclear power plant

"È sbagliato confrontare il vecchio e il nuovo nucleare", afferma Chicco Testa

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«Sì al nucleare per centrare l’obiettivo Net Zero 2050»

L’energia dell’atomo sarà fondamentale per raggiungere gli obiettivi sulle emissioni e l’autonomia di approvvigionamento, insieme alle rinnovabili. Lo spiega Chicco Testa, manager e autore del libro “Tornare al nucleare?”, parlando a Infra Journal di centrali di quarta generazione e studi sulla fusione

La crisi energetica provocata dal conflitto russo-ucraino e l’impossibilità di sopperire totalmente attraverso le rinnovabili all’energia che manca ha regalato al nucleare una “nuova stagione” in Europa. In Italia, dove l’atomo è stato bandito col referendum del 1987, il dibattito è stato riaperto. È il caso di tornare a considerare questa fonte di approvvigionamento? A che livello di sviluppo siamo rispetto al passato? Che tempi avrebbe la costruzione di una nuova industria italiana del nucleare? Il confronto è tiepido, il nuovo governo si è insediato da poco, ma le strade che potrebbero passare dall’atomo non mancano. Chicco Testa, autore del libro “Tornare al nucleare?”, ex presidente di Legambiente e Assoelettrica indica le strade possibili e fattibili e una soluzione per avere a disposizione in breve tempo energia nucleare anche in Italia.
 

Come è cambiato il nucleare negli ultimi anni?

«Siamo in un’altra dimensione. È sbagliato confrontare il vecchio e il nuovo nucleare perché la tecnologia atomica evolve continuamente e quindi possiamo tranquillamente dire che ogni considerazione fatta in passato sul rapporto tra rischi e benefici di questa fonte energetica è da rivedere».
 

Qual è la situazione in Europa?

«Attualmente l’energia nucleare rappresenta il 25% dell’energia elettrica totale. I Paesi che già la utilizzavano, ma che hanno deciso di investirvi maggiormente sono Francia e Regno Unito. Il Belgio ha fatto dietrofront, decidendo di tornare all’atomo, la Germania ha deciso di non dismettere più le centrali e i Paesi dell’Est ne stanno costruendo di nuove».
 

E in Italia? Che possibilità abbiamo?

«Dobbiamo ripartire da zero e scegliere quale tecnologia adottare».
 

Quali sono le opzioni disponibili?

«Ci sono i mini-reattori modulari (Small Modular Reactors, SMR) la tecnologia nucleare di quarta generazione. Sono più piccoli e potrebbero per questo essere usati in serie a costi minori. Sono piccoli reattori, sotto i 300 megawatt di potenza, derivati dai motori dei sommergibili e delle navi atomiche (una centrale nucleare tradizionale arriva fino a 1.600 MW). Ne esistono di vari tipi e con varie tecnologie, ma il tratto comune è che sono piccoli e compatti. Ma soprattutto, i mini-reattori modulari permettono di usare combustibili non convenzionali che durano di più, e quindi riducono la produzione di scorie. Poi ci sono tutti quei progetti che non si basano più sulla fissione, ma sulla fusione. Un'innovazione grandissima visto che produce una energia nucleare totalmente pulita senza scorie. In merito a questo ci sono diversi progetti in corso in Francia (progetto ITER) ma si parla di uno sviluppo in 20-30 anni».
 

Da escludere dunque?

«L’italiana Eni e il Massachussets Institute of Technology (Mit) collaborano allo studio di una soluzione simile che si basa sempre sulla fusione e che potrebbe produrre il primo prototipo nel 2025, per una commercializzazione al 2030. Sarebbe una rivoluzione».
 

La fusione è più sicura?

«Si, è un cambio di paradigma, gli impianti a fissione si basano su reazioni a catena che amplificano l'energia e quindi il calore prodotto, se non adeguatamente controllate, un impianto a fusione invece non corre il rischio di incidenti legati ad una perdita di controllo della reazione».
 

L’attuale crisi ha cambiato il modo in cui gli italiani vedono il nucleare?

«Quello degli approvvigionamenti e dei costi dell’energia è un problema molto serio e l’opinione pubblica ha capito che non possiamo più dipendere per l’80% dai combustibili fossili o da pochi fornitori. Questa politica comporta costi enormi che il cittadino non vuole più sostenere».
 

Ci sono anche ragioni ambientali a supporto del nucleare?

«Se si vuole raggiungere l’obiettivo Net Zero al 2050 non possiamo farlo solo con le fonti rinnovabili, dobbiamo programmare anche una quota di nucleare che idealmente io vedrei al 20%. Dobbiamo ridurre il rischio energetico con una grande diversificazione ma dobbiamo farlo ora perché per il nucleare vedo uno sviluppo possibile da qui a dieci anni».
 

Ci sono soluzioni più rapide che lei vede in questa fase emergenziale?

«Potremmo prendere esempio dalle acciaierie italiane che stanno negoziando con la Slovenia accordi per avere energia nucleare dalle loro centrali. Potremmo stringere accordi a livello Paese con la Francia per importare energia nucleare entrando magari in consorzio nei loro progetti di sviluppo».


Sofia Fraschini - Giornalista economico-finanziaria, laureata in Sociologia a indirizzo Comunicazione e Mass media, ha iniziato la sua carriera nel gruppo Editori PerlaFinanza dove ha lavorato per il quotidiano Finanza&Mercati e per il settimanale Borsa&Finanza specializzandosi in finanza pubblica e mercati finanziari, in particolare nei settori Energia e Costruzioni. In seguito, ha collaborato con Lettera43, Panorama, Avvenire e LA7, come inviata televisiva per la trasmissione L’Aria che Tira. Dal 2013 lavora come collaboratrice per la redazione economica de Il Giornale e dal 2020, per il mensile del sito Focus Risparmio di Assogestioni.

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