Il modello MaaS rende necessario ripensare le città e gli spazi condivisi per la mobilità

Il modello MaaS rende necessario ripensare le città e gli spazi condivisi per la mobilità

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Quella strana voglia di auto condivisa

Sono quattro i principali trend che daranno il volto alla mobilità europea tra 10 anni, secondo un’indagine Doxa. Ecco le questioni ancora sul tavolo per facilitare un approccio green e smart

Condivisa, multimodale, leggera, pulita. Sono queste le accezioni di mobilità che emergono dall’indagine BVA-Doxa per l’Osservatorio “Change Lab, Italia 2030” condotta da Groupama Assicurazioni. Gli italiani, in particolare i giovani, sono dunque pronti ad accettare la sfida della transizione che investe il mondo della mobilità. Siamo di fatto in linea con gli ambiziosi obiettivi perseguiti dalle politiche globali ed europee di mobilità sostenibile: ma la nostra società, le nostre città, sono pronte ad affrontare questa sfida e permettere ai giovani di adottare comportamenti virtuosi?

Proviamo ad analizzare la questione con ordine, ricorrendo alle quattro parole chiave con le quali abbiamo aperto la riflessione.

Condivisa. Pur non rinunciando facilmente all’auto di proprietà, il 62% del campione intervistato si dichiara disposto a ricorrere al car sharing. La mobilità condivisa, ovvero la mobilità come servizio (Mobility-as-a-Service, MaaS) è ormai un trend culturale che distingue le nuove generazioni, meno propense a investire in un mezzo di proprietà, vuoi per questioni ambientali, vuoi per ragioni economiche. La disaffezione per il mezzo di proprietà è però vera solo in parte e dipende molto dalle opportunità offerte dal contesto in cui si vive. Muoversi in città o in contesti periferici e rurali fa davvero la differenza. Infatti, per sostenere modelli di business della sharing mobility c’è inevitabilmente bisogno di densità urbana. Assistiamo così a un vero e proprio gap degli stili di vita tra città e campagna, tornando a un dualismo quasi dimenticato.

Multimodale. La questione territoriale è ancor più evidente se parliamo di propensione alla multimodalità, ovvero la possibilità per un utente di poter scegliere tra più mezzi di trasporto per effettuare i propri spostamenti. Quattro intervistati su dieci sono, infatti, propensi alla multimodalità e ad un uso più intenso della bicicletta. Oltre alla questione della densità urbana, per promuovere la multimodalità, è il momento di mettere finalmente alla prova la smart city, tanto teorizzata e così poco applicata. È necessario pertanto offrire servizi integrati, veri e propri pacchetti di mobilità da gestire con un unico abbonamento capace di includere un ventaglio di soluzioni: mobilità condivisa di diversa natura (auto, bici, scooter, monopattini), trasporto pubblico e, perché no, i taxi. La scelta vincente è superare le barriere e le lobby per sposare invece un approccio collaborativo tra le diverse soluzioni della mobilità. Naturalmente le soluzioni tecnologiche esistono, non è questo il problema; quello che manca è un investimento vero della pubblica amministrazione nel costruire una regia di coordinamento per favorire l’integrazione dei servizi (e dei dati) e al contempo lo sviluppo di nuovi servizi e investimenti privati in tal senso. Manca inoltre un aggiornamento dei pacchetti assicurativi, verso modelli più flessibili e riferibili alla persona e non ai singoli mezzi.

Leggera. Il futuro è la micromobilità nelle sue diverse accezioni, dalla bici allo scooter, dal monopattino fino ai nostri piedi. Inutile spostare tonnellate di ferro per trasportare una persona, fa male all’ambiente e occupa molto spazio fisico. Le alternative esistono, consentono di muoverci con flessibilità. Il boom della mobilità leggera è sotto gli occhi di tutti (sempre in riferimento alle grandi - e ora anche medie - città). Si aprono scenari futuribili di sciami di mobilità pulviscolare e leggera. Per ottenere ciò servono però nuovi modelli urbani per “strade condivise”, in grado cioè di ospitare al contempo e in uno spazio limitato più mezzi caratterizzati da velocità e traiettorie molto diverse tra loro. L’automobile e i mezzi di trasporto pubblico di massa perderanno irrimediabilmente appeal, risultando rigidi, vincolanti, in una parola obsoleti.

Pulita. Infine la mobilità pulita, identificata oggi dalla spinta alle soluzioni elettriche. Di fatto l’auto elettrica è già una realtà nell’immaginario degli italiani, così sostenuta dalle politiche europee e, più recentemente, dalla transizione dell’industria automobilistica. Otto italiani su dieci immaginano, infatti, di viaggiare in auto full electric già entro il 2030. Le altre opzioni di micromobilità presentate sopra sono già esclusivamente alimentate da corrente elettrica. Il vero successo per la mobilità elettrica sarà decretato da due fattori principali, se non vogliamo incorrere in una grande bolla di greenwashing, ovvero di finta sostenibilità ambientale: primo, il mix energetico con cui alimenteremo i mezzi elettrici dovrà essere sempre più pulito e prodotto localmente, magari attraverso modelli di auto-produzione o di comunità dell’energia; secondo, resta sempre sotto i riflettori il tema delle batterie, in particolare la sostenibilità dell’intero ciclo di vita, dalla produzione alla dismissione, dei sistemi di accumulo.

In sintesi, la vera sfida per la mobilità del futuro sarà mettere a sistema tutte e quattro le dimensioni qui proposte evitando di affrontarle singolarmente. La rivoluzione della mobilità elettrica sarà vinta soltanto se corrisponderà a un vero salto di paradigma e verrà da subito impostata come servizio, superando il modello dell’auto di proprietà. Dovremo ripensare le nostre città, gli spazi della mobilità in condivisione, stringere nuove alleanze tra città, periferia e campagna per non lasciare indietro le aree più svantaggiate. Un’occasione per mettere finalmente in pratica il concetto della smart city - o meglio – della smart land.
 


Eugenio Morello - Architetto e professore associato di Pianificazione e Tecnica urbanistica del Politecnico di Milano, Dipartimento di Architettura e Studi Urbani, coordina le attività di ricerca del Laboratorio di Simulazione Urbana Fausto Curti (Dastu). Dal 2017 è delegato del rettore per la sostenibilità ambientale d’ateneo. Il suo interesse di ricerca riguarda il rapporto tra la progettazione urbana e la qualità ambientale, la progettazione climatica, la resilienza e l’adattamento al climate change. Indaga l'integrazione degli aspetti ambientali e le soluzioni di transizione energetica per la progettazione di comunità e città sostenibili finalizzati alla chiusura di cicli energetici e ambientali.

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