Ecco perché alcune città affondano. E come altre provano a salvarsi
Milioni di persone in tutti i continenti vivono in città che affondano, vittime dell’innalzamento dei mari e dell’urbanizzazione. Servono interventi efficaci e non più rimandabili per salvare gli asset e contenere l’impatto dei danni
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Come ripensare (in fretta) le città per mitigare il climate change
Come ripensare (in fretta) le città per mitigare il climate change
Spazi urbani, infrastrutture e reti di trasporto vanno ottimizzati e riprogettati, secondo il sesto report Ipcc delle Nazioni Unite. Entro metà secolo il 68 per cento della popolazione mondiale vivrà in una città
Chi ha bisogno di buone notizie sulla crisi climatica ha un posto dove cercarle: la terza parte del sesto rapporto Ipcc, quella dedicata alla mitigazione. L'Intergovernmental Panel on Climate Change (ovvero, Comitato intergovernativo sul cambiamento climatico - Ipcc) è l'organismo creato dalle Nazioni Unite nel 1988 per aggregare, sintetizzare e comunicare a cittadini e leader politici i risultati della ricerca scientifica sui cambiamenti climatici. Tra il 2021 e il 2022 sono stati pubblicati i risultati del sesto ciclo di studio. La prima parte è uscita ad agosto ed era sui limiti fisici della Terra: era molto cupa. La seconda è arrivata a febbraio ed era sulla vulnerabilità di nazioni e comunità: «un atlante della sofferenza umana» l'ha definita il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres. La terza, diffusa il 4 aprile, invece è quella dedicata alla mitigazione, quindi al potenziale di riduzione delle nostre emissioni di gas serra nell'atmosfera. «Ora o mai più» è la sintesi di questa parte del rapporto: possiamo dimezzare il nostro impatto sull'atmosfera entro la fine del decennio, le tecnologie ci sono e sono ormai a buon mercato, in grado di competere quasi ovunque nel mondo con i combustibili fossili. Le città, con i loro trasporti e le loro infrastrutture, avranno un ruolo centrale in questa transizione.
Ripensare, scegliere
Lo ha spiegato in un post Karen Seto, docente di Yale e curatrice della sezione sulla mitigazione urbana: «Le città avranno 2,5 miliardi di abitanti in più entro il 2050. E molte di esse non sono ancora state costruite. Il ritmo dello sviluppo è molto alto, ma c'è tanto che si può fare». Oggi il 55 per cento dell'umanità vive in una città, entro metà secolo la percentuale sarà del 68 per cento. Gli spazi urbani sono sia causa che soluzione per i cambiamenti climatici. Secondo il rapporto Ipcc, la quota delle emissioni urbane è cresciuta tra il 5 e il 10 per cento solo tra il 2015 e il 2020. Per fermare questo aumento le parole chiave proposte dall'Onu sono: concentrazione spaziale di persone e attività, infrastrutture verdi e centrate sui bisogni dei cittadini, riduzione dei consumi attraverso modelli urbani compatti, densi e «camminabili», elettrificazione dei trasporti. Come ha spiegato Jim Skea, capo del gruppo di lavoro Ipcc sulla mitigazione «Vediamo esempi di edifici a zero emissioni in ogni tipo di clima. Sarà necessario sfruttare tutto questo potenziale di mitigazione nel nostro modo di costruire».
La scienza è chiara: servono misure rapide e aggressive, non è più il tempo dei cambiamenti incrementali, che procedono per piccoli passi. Le città esistenti vanno ripensate, a partire da edifici e mobilità, e quelle nuove vanno immaginate con criteri completamente diversi: devono essere più piccole, devono consumare poco, devono essere in grado di abilitare gli stili di vita individuali sostenibili. L'Ipcc insiste molto su questo aspetto, quello delle scelte socio-comportamentali, quindi il nostro modo personale di viaggiare, vivere e consumare. Queste scelte contano e possono ridurre le emissioni fino al 70 per cento entro metà secolo, ma i modi di vivere climaticamente adatti a un mondo che cambia hanno bisogno di contesti che li rendano possibili e il contesto abilitante per eccellenza è la città.
Spazi, policy urbane, elettrificazione
La metropoli modello dell'Ipcc è su scala ridotta rispetto a quelle sconfinate che stanno crescendo nei paesi in via di sviluppo, è attraversata da infrastrutture verdi (vegetali) e blu (marine o fluviali) in grado contribuire all'abbassamento della temperatura locale e all'assorbimento delle emissioni. Gli effetti delle soluzioni basate sulla natura, come le foreste urbane, sarebbero così doppi: da un lato assorbono CO₂, dall'altro rinfrescano case e strade, riducendo il bisogno di usare condizionatori e quindi i consumi energetici. Le città del 2050 devono essere permeate di natura, sul modello di capitali giungla come Singapore, dove oltre il 50 per cento della superficie è coperta da alberi.
La programmazione delle nuove infrastrutture sarà decisiva in tutti i settori, secondo il rapporto Ipcc. Il metodo è quello della pianificazione spaziale integrata, per ridurre le cosiddette Vmt, vehicle miles traveled, un indicatore fondamentale nella visione dell'Ipcc: i tempi di percorrenza che i cittadini devono affrontare per soddisfare i propri bisogni, a partire dal lavoro. In quest'ottica la virata di molte città europee (tra cui Parigi e Milano) verso la scala dei «quindici minuti» è tra le soluzioni più compatibili con gli obiettivi climatici. Una crescita urbana fondata sulla riduzione dei transiti infatti può ridurre le emissioni urbane fino al 26 per cento. Gli spostamenti devono essere completamente elettrificati: con le tecnologie già esistenti si possono trasformare contemporaneamente gli edifici in cui le persone vivono e i mezzi di trasporto che utilizzano, facendo calare le emissioni di 6,9 gigaton di CO₂ equivalente al 2030 e di 15,3 gigaton di CO₂ equivalente al 2050. Per questo motivo servono una pianificazione integrata e una conversione molto veloce. Quello che costruiamo oggi durerà per decenni: avviare una transizione immediata ci risparmia i problemi del lock-in tecnologico, cioè essere costretti a vivere con infrastrutture obsolete e nocive per ammortizzarne i costi.
Le policy urbane devono assecondare la voglia di cambiamento dei cittadini, attraverso la riduzione delle distanze e incentivarla, con tariffe come il congestion pricing o zone a traffico limitato. Mai come in questo rapporto IPCC, il trasporto pubblico è stato presentato come una soluzione praticabile, scalabile e conveniente per muovere le persone in modo sostenibile. La domanda di mobilità è in continua crescita, la parola d'ordine è efficienza energetica: va superato il modello urbano auto-centrico, anche perché l'Ipcc sottolinea come in molte metropoli del mondo i trasporti pubblici siano una sorta di avanguardia dell'elettrificazione: lì dove arrivano gli autobus a batteria, arrivano poi più velocemente le auto elettriche. La mitigazione è così anche promozione di stili di vita e consumi sostenibili.
La funzione decisiva dei dati
Infine, l'anello di congiunzione per progettare un nuovo tipo di città è un monitoraggio puntuale delle emissioni di gas serra, uno strumento di cui la maggior parte delle metropoli contemporanee deve ancora dotarsi. L'impatto delle scelte deve essere misurabile con esattezza, quindi è da considerare come la base per uno sviluppo sostenibile. Quello dei nuovi inventari urbani delle emissioni è uno degli ambiti in cui la tecnologia non è un immaginario proiettile magico da invocare, ma uno strumento concreto e pratico per indirizzare le politiche locali, anche per evitare che una riduzione delle emissioni in un settore ne comporti l'aumento in un altro. Le metropoli del futuro vanno pensate come organismi viventi complessi, hanno bisogno di programmazione integrata basata sui dati per fare la propria, decisiva, parte nella riduzione delle emissioni.
Città che sfidano la crisi climatica: tre storie dall’Antropocene
Città che sfidano la crisi climatica: tre storie dall’Antropocene
I centri urbani non devono avere per forza un impatto distruttivo sulla natura e sulla biodiversità. Gli esempi di Shanghai, Stoccolma e Prato provano a invertire il paradigma e dimostrano come le infrastrutture green possano aiutare ad affrontare sfide ambientali come la gestione delle alluvioni, la riduzione dell’inquinamento, la resilienza climatica e la salute pubblica.
Più della metà della popolazione mondiale, il 55% per la precisione, vive già in aree urbane. Era il 30% nel 1960, sarà il 70% nel 2050, come preconizza il rapporto World Urbanization Prospects 2018, più volte citato dai media, delle Nazioni Unite. All’epoca dell’Antropocene, e con una pandemia mondiale ancora in corso, il potere attrattivo delle città convive con la consapevolezza che l’impatto del riscaldamento globale imporrà un deciso cambiamento di rotta al modello di sviluppo urbano, almeno per come l’abbiamo inteso nel corso del ‘900. Con diverse sfumature di allarmismo, siamo ormai consapevoli che alcuni dei problemi che affliggono l’ecosistema della città possano intaccare non solo la nostra qualità di vita, ma anche la stessa idea di vivibilità dei luoghi che abitiamo: innalzamento delle acque, polveri sottili, isole di calore, erosione della biodiversità sono le minacce con cui ci stiamo già confrontando oggi, e che potrebbero essere ancora più preoccupanti domani. E se il nostro quotidiano sembra ancora conservare il volto apparentemente rassicurante che aveva in passato, il dibattito sulle soluzioni capaci di coniugare sviluppo urbano e sostenibilità avanza fino a coinvolgere su diversi livelli persone e istituzioni, dalle organizzazioni internazionali ai governi, fino alle comunità locali.
Allo stesso tempo, ad avanzare sono anche le soluzioni all’avanguardia destinate ad incarnare una possibile conciliazione tra dimensione del costruito ed ordine naturale. Diverse città fanno oggi da apripista a soluzioni virtuose. Abbiamo scelto di raccontarne tre - Shanghai, Stoccolma e Prato – per mostrarvi come ognuna di esse, partendo dalle proprie specificità e su dimensioni di scala differenti, esplori attraverso progetti innovativi le risposte che, in un futuro a breve termine, potrebbero investire la vita di ognuno di noi.
Shanghai
Cominciamo il nostro periplo partendo dall’Asia, continente già colpito dal cambiamento climatico soprattutto per quanto riguarda l’innalzamento dei mari e le conseguenti inondazioni delle aree costiere. Sono moltissime, tra Pakistan, India, Bangladesh, Cina e Indonesia, le città destinate ad essere parzialmente o integralmente sommerse dall’avanzata degli oceani: un rischio che diventa maggiormente difficile da gestire per tutte le aree ad altissima densità urbana prossime alle coste. È il caso di Shanghai, seconda megalopoli cinese (25 milioni gli abitanti ufficiali, 30 milioni secondo le stime che tengono in conto anche la popolazione non regolarizzata), già sotto scacco per questa inedita forma di “acqua alta”. Questo immenso agglomerato urbano è già stato abituato a gestire misure di cambiamento draconiane per ovviare all’impatto dell’inquinamento. Si pensi che dieci anni fa, il famigerato inquinamento dell’aria è stato “risolto” con la rilocalizzazione di tutta l’industria pesante a 200 chilometri di distanza. Ancora oggi a Shanghai mascherina e depuratore sono la norma, ma la concentrazione di polveri sottili e la nebbia grigia dello smog si sono decisamente abbassate.
Da qualche anno, invece, la sfida principale si rivela la costruzione di un argine contro l’innalzamento delle acque che la cingono dal mare e che la attraversano, vista la presenza di uno dei principali corsi d’acqua cinesi, lo Yangtze. Anche in questo caso, Shanghai non ha optato per le mezze misure: sono 520 i chilometri di barriere anti-inondazione che il governo cinese sta costruendo nella baia di Hangzhou, nella parte meridionale della megalopoli, circondando anche le isole di Chongming, Hengsha e Changzing. Ispirate ad un modello simile a quello del Mose di Venezia, tra i casi studio presi in esame per la realizzazione di questa infrastruttura, le barriere mobili si innestano su tre dighe che possono ulteriormente contribuire all’assestamento del livello dell’acqua, prendendo come esempio in questo caso il Maesland di Rotterdam.
Altro parametro da regolare, quello dell’incidenza delle precipitazioni. Shanghai non è soltanto sotto il livello del mare per tre-cinque metri (il dato varia a seconda delle aree), ma è anche colpita da due o tre tifoni all’anno. Da qui il modello che il governo cinese ha studiato per tutto il paese, e che anche a Shanghai viene progressivamente implementato: quello delle “città-spugna”. A fronte di fenomeni piovosi che si fanno sempre più intensi, il territorio urbano viene per quanto possibile demineralizzato, quindi privato in alcune aree dell’asfalto impermeabile che lo ricopre, per assorbire l’acqua in profondità attraverso il terreno. Un modo, questo, per non saturare fogne e canalizzazioni, ma anche per prevenire in estate la formazione di quelle isole di calore che proliferano proprio là dove gli alberi sono scarsi e il lastrico cittadino si estende uniforme senza lasciare spazio alla terra e allo scambio di umidità che essa genera.
Prato
Dall’Asia, torniamo in Europa, e nello specifico a Prato. Un capoluogo di provincia con un’identità molto spiccata, legata alla rinomata industria tessile locale tanto negli anni di grande successo economico quanto di crisi. È proprio dalla sostenibilità che la città toscana ha scelto con coraggio di ripartire: immaginando un futuro verde, a basso impatto ambientale, capace di traghettare una nuova inclusione sociale proprio a partire da quest’anima verde. Con il progetto Prato Urban Jungle, la città investe su quattro siti pilota, tre pubblici e uno privato, trasformandoli in dispositivi ad alta densità di verde. Attraverso pareti e tetti verdi, giardini collettivi e suoli demineralizzati, la giungla pratese si trasforma in un dispositivo capace di ridurre gli inquinanti e favorire un nuovo benessere per la cittadinanza.
Nel primo sito pilota, la sede dell’azienda Consiag Estra troverà con il progetto di Stefano Boeri Architetti una facciata arricchita con arbusti, piante di alto fusto e rampicanti che mitigheranno l’impatto dell’intenso traffico circostante, favorendo anche una migliore vivibilità e performance energetica dell’edificio. Negli edifici di edilizia pubblica popolare del quartiere ad alta densità abitativa di San Giusto, invece, 1.600 metri quadrati di pavimentazione impermeabile verranno demineralizzati e trasformati in superficie drenante, mentre le facciate saranno vegetalizzate e nuovi giardini creati per la socialità dei residenti. Quanto al nuovo mercato cittadino, realizzato in un vecchio capannone dismesso, oltre alla vegetalizzazione delle facciate sarà anche implementata la più grande fabbrica dell’aria, secondo il modello di filtraggio botanico sviluppato da Stefano Mancuso. Infine, il centro commerciale cittadino sarà affiancato da una serra urbana ad alto rendimento per la produzione di vegetali a chilometro zero, a cui si unirà un’area ristoro aperta a tutta la cittadinanza. Il progetto non è stato calato dall’alto dall’amministrazione, ma è stato orchestrato con la cittadinanza attraverso strumenti di co-progettazione che mirano ad individuare soluzioni vicine alle reali necessità dei residenti, a promuovere l’adesione, massimizzando i benefici per tutti i soggetti coinvolti.
Stoccolma
Ultima tappa, Stoccolma. Animata da un ambizioso piano carbon-neutral per il 2040, la capitale svedese sperimenta modelli di edilizia virtuosa per le nuove costruzioni. In particolare, le sperimentazioni si concentrano nell’area dello Stockholm Royal Seaport, dove 12mila nuove abitazioni e 35mila uffici sono stati creati attingendo ai principi dell’economia circolare, di una gestione virtuosa dei rifiuti e dell’efficientamento energetico. Lo sviluppo urbanistico, che si vuole inclusivo, non prescinde dal gender mainstreaming, facilitando la piena partecipazione e vivibilità degli spazi urbani da parte della cittadinanza femminile. Un altro cambiamento accelerato è quello che investe l’elettrificazione del parco automobili, che passa per gli incentivi all’uso ma anche all’acquisto di veicoli elettrici, per quanto riguarda sia la flotta dei mezzi di trasporto pubblici che le auto di proprietà privata.
Media Hub
Una città nuova, attraverso scenari che cambiano a ogni sguardo dall’alto del monte Echia al basso della metropolitana. The Passenger a Napoli con il fondatore di Museo Apparente e Galleria Acappella
Dirompente, affascinante, controversa: la blockchain è una delle tecnologie più discusse degli ultimi anni, dalle criptovalute al “web3”. Ad aprire una nuova era sono stati due leader, diversi tra loro ma entrambi rivoluzionari: il misterioso Satoshi Nakamoto con Bitcoin e Vitalik Buterin, il ragazzo prodigio che inventò Ethereum
Sembrava solo fantasia ma ora è realtà: le macchine che imitano le facoltà della mente umana sono arrivate e sono qui per restare. Sam Altman ha reso l’Intelligenza Artificiale a portata di tutti, grazie a OpenAI. La sua creatura, ChatGPT impone all’uomo delle domande, che “Pionieri del futuro” affronterà con l’aiuto di un neuroscienziato e di un ospite del tutto… inatteso.
Green
Progetti a minor impatto ambientale e soluzioni a prova di futuro per una sostenibilità che parte dalle fondamenta.
L’economista premio Nobel per la Pace, Muhammad Yunus è diventato famoso in tutto il mondo con l'invenzione del micro-credito e del business sociale. Un leader di pensiero che ha dedicato la vita a sconfiggere la povertà attraverso nuove idee di inclusione economica e sostenibilità, partendo da uno dei paesi più difficili al mondo, il Bangladesh
Infrastructure
Le possibili evoluzioni del digitale, dei materiali e dell'innovazione, al servizio di chi progetta.
Mobility
Idee, scenari e dati per inquadrare al meglio il settore della mobilità che può cambiare il modo di vivere di tutti.
Nella competizione per l'Intelligenza Artificiale Stati e Big Tech stanno investendo per allestire le infrastrutture tecnologiche che conservano ed elaborano dati a livello globale, localizzate in tutto il mondo e persino sull'orbita terrestre
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