La sovranità digitale riguarda le infrastrutture digitali in aziende e amministrazioni (ph.cr. Andrea Scanzani on Unsplash)

La sovranità digitale riguarda le infrastrutture digitali in aziende e amministrazioni (ph.cr. Andrea Scanzani on Unsplash)

Sovranità digitale o colonia tech? L’Europa al bivio

L’Ue può svincolarsi dal dominio delle big tech? Fino a che punto è possibile affidare intere infrastrutture e dati ad alleati imprevedibili? Ecco le alternative e le iniziative per raggiungere la sovranità dei dati

«Se vogliamo mantenere la sovranità e la ricchezza nelle nostre economie, dobbiamo controllare queste categorie tecnologiche, altrimenti la nostra ricchezza si sposterà fuori dal continente». Lo ha detto il CEO di Deutsche Telekom, Tim Höttges, lo scorso 2 marzo al Mobile World Congress di Barcellona. Accanto a lui, il CEO di Eutelsat Jean-François Fallacher ha descritto la sua azienda “in modalità combattimento” contro il dominio di Starlink, mentre il CEO di Telefónica, Marc Murtra, ha chiesto all’Europa “regolamentazione pro-tecnologia e velocità”. Che i vertici delle tre maggiori telco europee abbiano trasformato il palco più visibile dell’industria delle telecomunicazioni in una tribuna sulla sovranità digitale dice molto sullo stato di urgenza nel Vecchio Continente.

Lo confermano i numeri di EuroStack, il rapporto pubblicato nel febbraio 2025 da Bertelsmann Stiftung e CEPS, che ha dato il nome all’omonima iniziativa sostenuta anche dalla Commissione ITRE (Industria, Ricerca, Energia) del Parlamento Europeo. Oltre l’80% delle infrastrutture digitali europee è importato, il 70% dei modelli di AI fondazionali ha origine negli USA e solo il 7% della spesa globale in R&D su software e internet viene da aziende europee. I provider cloud statunitensi, cioè i cosiddetti hyperscaler come Amazon Web Services, Microsoft Azure e Google Cloud, controllano circa l’85% del mercato europeo, secondo Synergy Research Group. EuroStack propone una reazione industriale su scala continentale: mobilitare circa 300 miliardi di euro in dieci anni per costruire un full-stack tecnologico europeo, ovvero un’infrastruttura digitale autonoma, che vada dalla connettività al cloud, dall’AI ai semiconduttori.

In Italia la situazione non è diversa: stando all’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, nel triennio 2023-2025 sono stati investiti 7,1 miliardi di euro in nuovi data center e altri 25,4 miliardi sono previsti entro il 2028, ma il 72% è attribuibile a operatori internazionali non ancora attivi nel Paese e, come nota la direttrice dell’Osservatorio Marina Natalucci, “buona parte della potenza installata è in mano a player statunitensi”.

A rendere la questione non più rinviabile è il contesto geopolitico odierno. Come ricostruisce l’Atlantic Council, nel 2025 l’ostilità dell’amministrazione Trump verso l’UE e i legami tra la Casa Bianca e i vertici delle big tech hanno portato le tensioni transatlantiche a un livello inedito. Il Cloud Act statunitense, in particolare, consente alle autorità americane di richiedere l’accesso a dati gestiti da aziende USA ovunque siano archiviati. Interrogato al Senato francese, il presidente di Microsoft France ha ammesso di non poter garantire che i dati francesi non vengano trasferiti a Washington. E recentemente il procuratore capo Karim Khan, colpito da sanzioni americane per le indagini su crimini di guerra, si è visto temporaneamente bloccare l’accesso al proprio account Outlook, costringendo la Corte penale internazionale a sostituire Microsoft con OpenDesk, una suite open source sviluppata dal Centro tedesco per la sovranità digitale. La domanda è: se non vogliamo subire queste ingerenze, siamo pronti a tagliare i fili?

Guardando settore per settore alle componenti di quello che dovrebbe essere lo stack europeo, il quadro europeo è disomogeneo. Nel cloud, provider come OVHcloud, Stackit, Ionos, Hetzner e Scaleway offrono servizi di infrastruttura comparabili agli hyperscaler, tanto che secondo Gartner il 61% dei CIO europei intende migrare carichi di lavoro verso provider locali per ragioni geopolitiche.

Nell’intelligenza artificiale, la francese Mistral AI e la tedesca Aleph Alpha sono le campionesse europee, affiancate da Black Forest Labs, DeepL e Hugging Face, ma assai indietro rispetto ai colossi d’oltreoceano.

Nelle reti, l’Europa è stretta tra due dipendenze: da un lato la Cina con Huawei, che secondo Omdia resta il primo fornitore mondiale di apparecchiature telecom con il 31% del mercato globale; dall’altro Starlink, il cui controllo è interamente in mano a SpaceX. Così, a gennaio 2026, la Commissione europea ha formalizzato la proposta di rendere obbligatorio il bando dei vendor ad alto rischio dalle reti europee, mentre il programma satellitare europeo IRIS² (290 satelliti e 10,6 miliardi di budget) non sarà operativo prima del 2029.

Nel campo dei semiconduttori, invece, il Chips Act si è imposto per riportare la produzione di chip sul continente mobilitando oltre 80 miliardi e anche per il quantum computing la Commissione prevede per il 2026 un Quantum Act, pensato per tradurre in capacità industriale la ricerca europea sul calcolo quantistico.

La realtà è che a oggi l’intera architettura digitale europea e in particolare tutti i dati che vi si poggiano (posta, produttività, identità, comunicazioni) poggia di fatto su piattaforme non europee. Le iniziative come GAIA-X, Catena-X, l’European Health Data Space e il Data Act cercano di invertire la dinamica, ma la strada è lunga. EuroStack si propone come la risposta più organica. Propone «partnership aperte, basate su regole, che rispettino i valori europei proteggendo le capacità critiche». Come primo passo, 10 miliardi dovrebbero confluire in un fondo tecnologico europeo tramite una competizione paneuropea, la EuroStack Challenge, ed è stato lanciato un catalogo di soluzioni IT europee per aiutare acquirenti pubblici e privati a individuare alternative sovrane.

Del resto, anche la dimensione economica è rilevante. Secondo l’EuroStack Industry Initiative, l’Europa trasferisce ogni anno circa 264 miliardi di euro a fornitori tech stranieri. Gartner prevede che la spesa in cloud sovrano triplicherà fino a 23 miliardi di dollari entro il 2027 e, secondo IDC, il 63% delle organizzazioni è più propensa ad adottare servizi cloud sovrani proprio per i recenti eventi geopolitici. La transizione non sarà uno strappo improvviso (Forrester stima che nessuna impresa europea abbandonerà del tutto gli hyperscaler nel 2026) e l’Europa non è chiamata a scegliere necessariamente tra autarchia e subordinazione, ma a costruire un equilibrio che la metta nelle condizioni di garantire l’esercizio di quella parte di sovranità che oggi è legata a doppio filo con la tecnologia.


Federico Gennari Santori - Giornalista professionista specializzato in tecnologie ed economia del digitale, collabora e ha collaborato con Wired, Corriere della Sera, Fortune, Eastwest, Rivista Studio, Pagina99, Lettera43. Si occupa di web marketing e content strategy, materie per le quali ha svolto attività di docenza presso la Sapienza - Università di Roma, Talent Garden e Digital Combat Academy.

Altri come questo