Un tempo sbagliare strada poteva anche voler dire scoprire qualcosa: un ristorante sconosciuto, un vicolo che non compariva sulle mappe, una deviazione che diventava ricordo. Oggi, quando occhiali come i Ray-Ban Display di Meta promettono di indicarci la direzione direttamente sulle lenti, la possibilità di perdersi si è quasi estinta, sostituita dalla voce del navigatore che corregge, anticipa, ottimizza ogni movimento.
Tutto merito di una tecnologia di cui ci ricordiamo solo quando non “prende”: il GPS. Nato negli anni Settanta come strumento militare, il Global Positioning System è diventato un'infrastruttura civile nel 2000, quando gli Stati Uniti ne liberalizzarono il segnale. Da quel momento, e poi con l’avvento degli smartphone dagli anni ’10 di questo secolo, la navigazione digitale, ovvero l'uso combinato di geolocalizzazione, cartografia digitale e guida al percorso, è entrata in ogni tasca. Venticinque anni dopo Google Maps supera i dieci miliardi di download solo su dispositivi Android e conta un miliardo di utenti attivi mensilmente. Oltre al luogo in cui ci troviamo, sappiamo in ogni istante dove andare, quando e dove, e il nostro rapporto con lo spazio si è completamente trasformato.
Una ricerca del Politecnico di Milano mostra come la connettività stia spostando la pianificazione dei viaggi dal prima al durante: la mobilità non è più programmata con anticipo, ma modellata in tempo reale, sulla base di dati che cambiano istante per istante. Il rapporto Turismo 4.0 di Eurispes (novembre 2024) stimava che, nel mondo, oltre il 50% dei viaggiatori affidi le proprie scelte a raccomandazioni di algoritmi, che leggono in tempo reale il flusso dei veicoli, ridistribuiscono i carichi stradali e segnalano attrazioni ed esperienze nelle vicinanze. Secondo David Metz della University College London, tuttavia, questa “capacità aumentata” della rete ha reso i sistemi di trasporto più efficienti, ma anche più prevedibili.
Cosa succede allora alla nostra percezione dello spazio con la mediazione delle piattaforme digitali? Quando il navigatore indica la direzione, in sostanza, il cervello smette di costruire una mappa interna: sappiamo dove arrivare, ma non più dove siamo e soprattutto come farlo. Alla maggiore efficienza fa da specchio un impoverimento cognitivo che si trasmette generazionalmente.
I più giovani, cresciuti con lo smartphone in tasca, vedono ridursi la loro capacità di memoria spaziale e di pianificazione del movimento, sviluppando competenze di orientamento inferiori rispetto a genitori e nonni. Sono le conclusioni di Hugo Spiers dell'Institute of Cognitive Neuroscience della University College London, secondo cui l'uso costante di sistemi di navigazione riduce l'attività dell'ippocampo e della corteccia prefrontale, le aree deputate alla memoria spaziale e alla pianificazione.
Oltre che fisiologiche, le implicazioni sono anche sociali e relazionali. Uno studio dell’università Boku di Vienna pubblicato su Nature evidenzia che i sistemi di geolocalizzazione e le app di navigazione stanno gradualmente «rimodellando l'interazione delle persone con gli ambienti naturali», sostituendo quella che un tempo era conoscenza fisica dei luoghi con un'interfaccia che tende a filtrare e standardizza l'esperienza, comprimendo la varietà percettiva e omologando le traiettorie.
Del resto, Google ha di fatto rimpiazzato il ruolo della cartografia tradizionale, esattamente come Google Books è diventata la più grande biblioteca mondiale e Google Art Project il maggiore catalogo di opere d'arte mai esistito. Una graduale conquista, emulata dai social media come TikTok e presto magari da ChatGPT e gli altri LLM, «basata sull’appropriazione sensomotoria del reale, sulla sua datificazione, e sulla sua immediata rappresentabilità», per dirla con il semiologo Ruggero Eugeni (Nella rete di Google, Franco Angeli, 2017). In questo la mappa, nella sua declinazione digitale cross-piattaforma, non è più uno strumento neutro, bensì un ambiente cognitivo che comprende, interpreta, raccomanda, plasmando come percepiamo il territorio e come scegliamo di spostarci.
Ogni ricerca, ogni check-in, ogni movimento lascia una traccia che alimenta algoritmi e business model. Raccogliere frammenti della nostra mobilità significa migliorare servizi, come si propongono di fare le smart city con i loro sensori e tracciamenti. Allo stesso tempo, però, implica costruire profili sempre più completi di chi siamo e di dove vogliamo andare, con conseguenze non banali per la privacy. Un caso che tocca molti da vicino è la funzione Mappe di Instagram, recentemente attivata, che consente di condividere la posizione in tempo reale con i propri contatti: un gesto che semplifica gli incontri ma, come ha rilevato il New York Times, ridisegna i confini tra condivisione e sorveglianza.
Nel frattempo, la tecnologia continua ad avanzare. Le mappe digitali introducono percorsi suggeriti differenziati per mezzi di trasporto, come la bicicletta, e necessità peculiari, come la riduzione dell’impatto ambientale. Gli smart glasses portano il navigatore direttamente sulle lenti, senza più barriere tra virtuale e reale. E così il confine tra corpo, spazio e informazione si assottiglia ulteriormente. L'antropologo Marc Augé definiva “non-luoghi” spazi privi di identità e storia, attraversati senza essere davvero vissuti. Il rischio è che con la navigazione digitale sempre più città, quartieri e paesaggi lo diventino, attraversati da cittadini sempre più comparabili a dataset, più o meno inconsapevoli.
