Per anni il cosiddetto cloud, quella sterminata rete di database che custodisce file, applicazioni, software e capacità di calcolo accessibili da persone e aziende tramite una connessione Internet, è stato raccontato come qualcosa di immateriale, sospeso in una dimensione digitale senza geografia, quasi come una “nuvola”, appunto. In realtà, ogni e-mail, ricerca online o modello di intelligenza artificiale si appoggia su infrastrutture fisiche molto concrete: i data center.
La collocazione geografica dei data center non è solo una questione tecnica. È anche una questione di potere. Chi controlla l’infrastruttura di calcolo dispiegata con mezzi e strumenti materiali sul globo, controlla una parte crescente dell’economia digitale: cloud computing, intelligenza artificiale, servizi online, piattaforme. Per questo molti governi stanno iniziando a considerare i data center come infrastrutture strategiche, al pari di porti, reti energetiche o telecomunicazioni. La sovranità dei dati – cioè la possibilità di conservare e gestire informazioni all’interno dei propri confini – è diventata una priorità per numerosi Paesi.
I data center sono spesso edifici pieni di server che elaborano e conservano dati, consumano grandi quantità di energia e richiedono sistemi di raffreddamento sempre più sofisticati. Con l’esplosione dell’intelligenza artificiale, la loro diffusione sta accelerando e la loro geografia si sta espandendo verso luoghi impensabili fino a pochi anni fa: regioni artiche, deserti, fondali oceanici e persino lo spazio.
La corsa ai data center è oggi uno dei fronti meno visibili della competizione tecnologica globale. Stati e big tech stanno investendo miliardi per assicurarsi capacità di calcolo, sovranità sui dati e vantaggio nell’addestramento dei modelli AI. L’espansione dei data center racconta una trasformazione profonda: quella di un’economia globale in cui la potenza di calcolo è diventata una risorsa critica, al pari dell’energia o delle materie prime. Ma per far funzionare queste infrastrutture servono spazio, energia stabile e sistemi di raffreddamento efficienti. È proprio la ricerca di queste condizioni che sta ridisegnando la mappa dei data center nel mondo.
Nord e regioni artiche: il freddo come infrastruttura
Una delle strategie più evidenti è spostare i data center verso regioni fredde. Il motivo è semplice: il raffreddamento dei server rappresenta fino al 40% dei consumi energetici di queste strutture. Utilizzare il clima naturale riduce costi e impatto ambientale.
I Paesi nordici sono diventati poli strategici per le infrastrutture digitali europee. In Finlandia, a Hamina, Google ha trasformato una vecchia cartiera in uno dei suoi più grandi data center europei, raffreddato con acqua di mare del Golfo di Finlandia. In Svezia, Meta gestisce a Luleå – a pochi chilometri dal Circolo Polare Artico – uno dei suoi principali hub per i servizi globali di Facebook e Instagram, sfruttando il clima freddo e l’energia idroelettrica locale.
Anche l’Islanda si è proposta come hub digitale globale. Aziende come Verne Global hanno sviluppato grandi server farm alimentate da energia geotermica e idroelettrica, sfruttando temperature stabili e un sistema energetico quasi interamente rinnovabile.
Questa geografia del freddo ha anche una dimensione geopolitica. Collocare data center in territori politicamente stabili e con infrastrutture energetiche affidabili è diventato un elemento chiave della sicurezza digitale, soprattutto per governi e istituzioni pubbliche.
Sottoterra e nelle regioni aride: dove lo spazio non manca
Un’altra tendenza riguarda l’utilizzo di spazi estremi o non convenzionali. Alcuni data center vengono costruiti sottoterra, in vecchi bunker militari o miniere dismesse. A Stoccolma, il data center Pionen – gestito dall’operatore svedese Bahnhof – si trova all’interno di un ex bunker nucleare scavato nella roccia, trasformato in una struttura altamente sicura e protetta. Allo stesso tempo crescono gli investimenti nelle regioni aride del Golfo. Stati come Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita stanno costruendo enormi infrastrutture digitali per sostenere i propri programmi di trasformazione economica e sviluppo dell’intelligenza artificiale. A Dubai, Microsoft ha inaugurato nel 2019 la sua prima cloud region del Medio Oriente, mentre Amazon Web Services ha sviluppato data center nella regione del Bahrain per servire il mercato mediorientale. In questi contesti, l’abbondanza di spazio e l’energia a basso costo compensano le difficoltà legate al raffreddamento. Questi nuovi poli digitali diventano spesso veri e propri hub regionali per il traffico dati, collegati da cavi sottomarini e reti ad alta capacità.
Sotto il mare: la nuova frontiera sperimentale
Tra le soluzioni più radicali c’è quella dei data center sottomarini. L’idea è sfruttare la temperatura dell’acqua per raffreddare naturalmente i server e avvicinare le infrastrutture alle grandi rotte dei cavi internet. Uno degli esperimenti più noti è stato il progetto Natick di Microsoft, che nel 2018 ha installato un modulo sottomarino al largo delle isole Orcadi, in Scozia. Il data center, sigillato in un cilindro metallico sul fondale marino, ha funzionato per oltre due anni dimostrando un’elevata efficienza energetica. Anche la Cina sta sviluppando progetti simili: nel 2023 è stato inaugurato al largo dell’isola di Hainan un data center sottomarino gestito da Highlander e collegato alla rete nazionale per supportare applicazioni di intelligenza artificiale e cloud computing.
Se queste soluzioni diventassero scalabili, potrebbero cambiare la geografia delle infrastrutture digitali, spostando parte della capacità computazionale vicino alle dorsali oceaniche della rete globale.
Verso l’orbita: data center nello spazio
La prospettiva più futuristica riguarda i data center spaziali. Diverse aziende stanno studiando la possibilità di collocare infrastrutture di calcolo in orbita terrestre, alimentate da energia solare e collegate alla rete globale tramite satelliti.
Tra i progetti allo studio ci sono le iniziative della startup statunitense Axiom Space e dell’azienda di computing Redwire, che stanno lavorando a sistemi di elaborazione dati destinati alle future infrastrutture spaziali. Anche l’azienda europea Thales Alenia Space sta esplorando modelli di “space cloud” per supportare le prossime generazioni di stazioni orbitali e satelliti.
L’idea nasce da due esigenze: ridurre l’impatto energetico dei data center sulla Terra e avvicinare la capacità di calcolo alle future infrastrutture spaziali, dai satelliti di osservazione ai sistemi di comunicazione. In teoria, l’assenza di atmosfera e l’abbondanza di energia solare potrebbero rendere queste strutture particolarmente efficienti. Per ora si tratta di progetti sperimentali, ma indicano una direzione chiara: l’infrastruttura digitale sta diventando sempre più distribuita e multi-livello, estendendosi oltre i confini terrestri.
Dai ghiacci del Nord ai fondali oceanici, fino alle orbite spaziali, l’infrastruttura che sostiene il mondo digitale è sempre più estesa, energivora e strategica.
Con l’accelerazione dell’intelligenza artificiale, la domanda di capacità computazionale continuerà a crescere. E insieme a essa cambierà anche la geografia delle infrastrutture digitali: una rete sempre più diffusa, capace di attraversare climi estremi, oceani e orbite spaziali pur di sostenere la nuova economia dei dati.