L’Europa importa circa la metà dell’energia che consuma, principalmente petrolio e gas. La volatilità dei prezzi e degli approvvigionamenti energetici dura ormai da anni. Cominciata con la guerra in Ucraina e il bando al gas russo, ha comportato la ricerca di un nuovo equilibrio del sistema per sostituire gli idrocarburi di Mosca; una missione che sembrava compiuta, fino alla nuova crisi mediorientale per la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. L’altalena ha costretto a ritoccare le previsioni di crescita (la Germania le ha dimezzate) per il 2026; ma, soprattutto, ha esasperato i cittadini, costretti a sobbarcarsi prezzi alle stelle, alla pompa e in bolletta. Come se non bastasse, intelligenza artificiale e data center, sui quali pare giocarsi la scommessa per il futuro, sono idrovore energetiche e di risorse. Ce n’è abbastanza per rompere un tabù.
Ritorno di fiamma
Non sorprende, così, che stia tornando di moda il nucleare. Abbandonato da molti paesi nei decenni scorsi, le crisi energetiche ricorrenti hanno prodotto un effetto impensabile: sono sempre più i governi che hanno invertito la rotta sull’atomo, o si preparano a farlo. La Svezia ha rimosso il bando all’estrazione di uranio, minerale di cui è ricca, in vista di un aumento della produzione di energia atomica. Belgio, Italia e Grecia, a livelli diversi, stanno riconsiderando le proprie posizioni (con il nostro Paese che non ha mai smesso di studiarlo nei laboratori d’avanguardia dell’Enea). La Francia, che il nucleare ce l’ha già e con quello produce il 65% dell’energia, non si sogna di dismetterlo.
I numeri delle rinnovabili
L’altro caposaldo della lotta al caro energia sono le rinnovabili, il cui costo è sceso considerevolmente nel corso degli anni: nel 2025 hanno prodotto il 42% dell’energia generata in Europa. Per avere un dato storico: era il 29% nel 2015 e il 18% nel 2005. Il passo, come si vede, è buono. Paesi come la Spagna sono all’avanguardia nell’installazione di impianti eolici e fotovoltaici; ma anche l’Italia è messa bene, con le regioni meridionali così ricche di sole e vento.
Qualche numero aiuta a capire la situazione del nostro paese: eolico (8,2%) e fotovoltaico (13,3%) hanno prodotto il 21,5% dell’energia rinnovabile in Italia nel 2024 (dati: Terna). Vent’anni fa, nel 2005, entrambe rasentavano lo 0%. E ancora, come è evidente, c’è spazio per la crescita, soprattutto se si arriverà a una mediazione tra le istanze ambientali e quelle di tutela del paesaggio.
Importantissima (20,2% della produzione totale nel 2024) ma abbastanza costante da decenni l’idroelettrico: concentrato quasi esclusivamente al nord, non c’è possibilità di espansione ulteriore perché pressoché tutti i bacini disponibili sono già stati sfruttati con un lavoro infrastrutturale avviato agli albori del secolo scorso. Interessante notare come alcuni territori siano “specializzati”: Trentino- Alto Adige e Valle d’Aosta producono energia quasi esclusivamente dall’acqua, in Puglia e Sicilia va forte l’eolico mentre nelle Marche è particolarmente rilevante il ruolo del fotovoltaico.
I problemi delle rinnovabili
L’avanzata globale delle fonti rinnovabili è senz’altro necessaria per limitare il riscaldamento globale e rispettare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi siglato nel 2015: in quell’occasione il mondo si impegnò a contenere l’aumento delle temperature ben al di sotto dei 2 gradi rispetto all’era pre-industriale entro il 2100 (e, possibilmente, entro gli 1,5 gradi).
Il problema è che, al momento in cui scriviamo, l’aumento ha già raggiunto gli 1,4 gradi, di fatto comprimendo i margini per i prossimi anni.
E non è l’unica questione sul tavolo di chi deve decidere.
L’accelerazione delle fonti green trova un collo di bottiglia importante nell’arretratezza delle reti elettriche continentali. Le rinnovabili sono, per definizione, fonti intermittenti e non programmabili. Picchi improvvisi di produzione si alternano a momenti in cui il sistema produce meno di quanto richiesto dagli utenti: i primi vanno gestiti per non mandare in sovraccarico il sistema (anche con soluzioni strane: prezzi negativi, e c’è chi ha proposto di usare il mining di criptovalute per stabilizzare la rete), i secondi per non penalizzare i consumatori.
Per entrambi la soluzione passa dalla costruzione di enormi sistemi di accumulo in grado di stoccare l’energia e rilasciarla al momento opportuno.
E quelli del nucleare
Dall’altra parte, il ricorso al nucleare comporta diversi problemi.
Innanzitutto, occorre dividere il campo tra chi le centrali le ha già, e chi no. Per i primi, il problema fondamentale è la manutenzione: i costi cioè necessari a mantenerle operative e in sicurezza.
Per i secondi, la questione è più complessa. A scoraggiare gli esecutivi ci sono gli enormi investimenti necessari alla costruzione e i lunghi tempi necessari alla realizzazione degli impianti. Possono arrivare a dieci anni, ma sono facilmente soggetti a ritardi anche importanti: lo dimostra, tra gli altri, il caso del Flamanville 3 in Normandia (nord della Francia), che, con i lavori cominciati nel 2007, avrebbe dovuto entrare in funzione nel 2013. In realtà la prima connessione alla rete è avvenuta solo nel 2024 senza che peraltro si fosse ancora raggiunta la piena potenza.
Il tema delle scorie e della dipendenza
Esiste poi il problema delle scorie, con l’Unione europea che manca di una strategia comune al riguardo. Quello degli approvvigionamenti è un altro tema centrale: l’uranio è pur sempre una materia prima da reperire su un mercato che è guidato da Australia (primo nella classifica delle riserve) e Kazakhistan. Molto più sotto seguono Canada e Russia: come si vede, tutti paesi fuori dalla Ue. È evidente che, in ottica strategica, si tratta di un’altra dipendenza.
Infine, l’accento sul nucleare pone il rischio di far perdere slancio alla rinnovabili, che sono il vero investimento a lungo termine. In attesa della fusione, che per il momento non è all’orizzonte.
Decisioni difficili
Che fare, dunque? Il problema, per gli esecutivi, non è di semplice soluzione e dipende da un complesso intreccio di variabili geografiche, economiche, diplomatiche e anche di politica interna. Per il momento tanti (come l’Italia e la Germania) continuano a ripararsi col gas: una scelta che comporta investimenti infrastrutturali e accordi che vanno portati avanti per decenni, rallentando la transizione energetica globale. Trovare l’equilibrio giusto non è semplice. E chi spera nel futuro della tecnologia, e aspetta la fusione, rischia di essere deluso, almeno a breve termine. In attesa di una svolta che non appare all’orizzonte, e con i consumi che aumentano, la strada migliore appare quella di cercare di tenerli sotto controllo migliorando l’efficienza di processi industriali, abitazioni e in generale di tutti i settori economici. Cambiare le abitudini della popolazione è utile, ma più difficile, oltre a essere spesso politicamente poco praticabile.
