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Il Pnrr dedica 8,4 miliardi al trasporto pubblico locale green e rapido di massa per cambiare la mobilità italiana

Interview  |  Mobility

La via italiana alla nuova mobilità? Riparte dalla sicurezza

Alessandro Morelli, viceministro delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibili, spiega a Infra Journal le priorità per la trasformazione del settore in Italia: “Innovazione, ricerca, mix energetico. E zero vittime della strada entro il 2050”

Il cammino italiano per cambiare il trasporto pubblico locale e fare il salto di qualità verso la mobilità dolce è iniziato. A raccontare a Infra Journal la roadmap della mobilità micro e macro per traghettare il Paese dal vecchio al nuovo modello di sviluppo è il viceministro delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibili, Alessandro Morelli. «Abbiamo molti impegni e un ambizioso obiettivo: azzerare le vittime della strada al 2050», è la premessa. Un percorso verso trasporti sempre più sostenibili che nasce da un'importante consapevolezza: per le grandi città italiane c’è ancora molta strada da fare rispetto a quelle europee ed è sul trasporto locale, a cui il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) dedica 8,4 miliardi, che è necessario intervenire per cambiare profondamente la mobilità italiana.
 

La nuova mobilità è una rivoluzione per i cittadini e per le città in cui viviamo. Un nuovo modo di concepire lo spazio e il tempo che vanno però regolamentati. Quali sono le principali sfide che state affrontando?

«Siamo protagonisti di una trasformazione epocale, ma attenzione alle parole: parlare di “rivoluzione” in relazione al cambiamento in atto è pericoloso. La transizione dal vecchio al nuovo modello di sviluppo va intesa come un percorso a tappe, da affrontare con buon senso e sano realismo, soppesando con attenzione tutti gli interessi in campo». 


Con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del decreto legge Infrastrutture e trasporti convertito in legge dal Parlamento, entrano in vigore diverse novità introdotte nel codice della strada. Può descriverne i principali aspetti?

«L’attenzione alla sicurezza è massima, e l’obiettivo è ambizioso: azzerare le vittime della strada entro il 2050. Stando all’ultima indagine Istat, dopo la naturale contrazione avvenuta nei mesi di lockdown, gli incidenti stradali sono nuovamente in aumento. Ecco perché, nel decreto Infrastrutture, abbiamo posto grande attenzione ai regimi sanzionatori vigenti rispetto a condotte ormai sempre più frequenti e pericolose per l’incolumità di tutti gli utenti della strada. Penso anche al tema delle revisioni, il cui iter di semplificazione si è compiuto con l’adozione del decreto ministeriale che consentirà di effettuare anche le revisioni dei mezzi pesanti presso officine esterne autorizzate. Per rendere la strada più sicura è indispensabile che questa sia a misura di tutti gli utenti, persone con disabilità e donne in gravidanza in primis, cui sono dedicate misure specifiche assistite da sanzioni severe. Da ultimo, la circolazione dei monopattini è interessata da alcune novità che ne aumentano la sicurezza. Anche se si sarebbe potuto fare di più: mi riferisco, in particolare, all’estensione dell’obbligo di casco, targa e assicurazione».


La nuova mobilità ha solo vantaggi oppure anche ostacoli e criticità?

«Posto che la transizione verso un nuovo modello di mobilità è un percorso tracciato, va affrontata con realismo, visione, buon senso. Occorre stimolare all’interno del Paese – e nel Pnrr vi è una missione dedicata – l’innovazione e la ricerca per far sì che l’Italia sia in grado di dotarsi al più presto delle tecnologie necessarie, in modo da limitare la dipendenza dalle importazioni estere, specie da paesi poco virtuosi dal punto di vista ambientale e sociale. Altrimenti, ciò che in tema di sostenibilità entra dalla porta principale corre il rischio di uscire dalla finestra, per poi ritrovarci dipendenti, con prezzi di mercato rigidi e con materie prime e tecnologie limitate».


Le nostre città sono pronte ad accogliere un tale cambiamento?

«Certo è che le grandi città italiane non sono paragonabili ad alcune capitali europee, dove le linee metropolitane superano la decina. In Italia il primato va a Milano che arriva alla linea 5, con la 4 ancora in costruzione. Finché il trasporto pubblico locale non sarà efficace, la spinta ideologica alla mobilità dolce sarà solo un limite agli spostamenti. Per questo il ministero delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibili (Mims) sta investendo tantissimo su prolungamenti e progettazioni di nuove linee».


Dai treni agli aerei, fino alla mobilità urbana: qual è il settore più avanzato in base ai vostri obiettivi e quale richiede ancora molto lavoro?

«Sicuramente tra i settori maggiormente avanzati ci sono quello ferroviario e del trasporto aereo. Per quest’ultimo, la ricerca e l’innovazione sono particolarmente progredite e vanno nella direzione di impiego di carburanti a basse emissioni e dell’uso di sistemi di abbattimento delle emissioni, coerentemente con gli standard previsti dalle regolamentazioni internazionali ed europee. Sul fronte del trasporto ferroviario, l’introduzione dell’alta velocità ha fatto compiere incredibili passi avanti al Paese e ora sta a noi il compito di estenderla a molti più territori».


 


In quali aree state intervenendo?

«Il Pnrr va in questa direzione con il finanziamento, ad esempio, delle tratte Salerno-Reggio Calabria e Brescia-Verona-Padova. C’è ancora molto lavoro da fare sull’intermodalità, per ridurre al minimo le rotture di carico e le strozzature presenti nel nostro sistema trasportistico, anche a causa di pregiudizi ideologici duri a morire. Penso al Ponte sullo Stretto, la cui realizzazione è imprescindibile, se si considerano gli importanti investimenti in arrivo per le reti ferroviarie calabrese e siciliana».


Tornando al Pnrr, sono state stanziate risorse dedicate. Dove andranno? Con quali tempi?

«Il Pnrr evidenzia quali siano i requisiti delle progettualità, anche riguardo allo stato di avanzamento e di cantierabilità entro il 2026 ma, al contempo, prevede misure di semplificazione del quadro normativo ad ampio raggio, con vere e proprie riforme generali (penso alla giustizia ed alla pubblica amministrazione) e con iniziative funzionali, specifiche e puntuali: in sostanza si punta anche ad una “sostenibilità amministrativa”. Un esempio è riscontrabile nel decreto Recovery, con la semplificazione delle procedure relative agli investimenti ferroviari e l’approvazione dei relativi progetti, il rafforzamento e l’efficientamento dei processi di gestione, revisione e valutazione della spesa, le modifiche dello strumento amministrativo della Conferenza dei servizi per le Zes (Zone economiche speciali), la riduzione dei tempi del procedimento della valutazione ambientale strategica e il rafforzamento dei servizi digitali».
 

L’Italia per alcuni aspetti è molto indietro rispetto all’Europa in tema di mobilità sostenibile, ma abbiamo diverse eccellenze industriali che si occupano di mobilità? Come possiamo far incontrare domanda e offerta?

«Negli ultimi anni l’Italia ha fatto passi da gigante in tema di mobilità sostenibile, e ciò grazie al rapporto costruttivo che si è instaurato tra lo Stato centrale e gli enti territoriali, in particolare i Comuni. Il Pnrr valorizza questo rapporto e darà una forte spinta verso una maggiore sostenibilità del nostro sistema trasportistico. Circa 8,4 miliardi del Pnrr sono destinati al trasporto locale green e a quello rapido di massa. Rientrano in questo ambito il rinnovo del parco autobus, con l’acquisto di mezzi per rendere full electric le città di Milano, Roma, Napoli, dei treni per il trasporto pubblico locale e degli Intercity al Sud, nonché il rinnovo di materiale rotabile per il trasporto delle merci. Sono certo che in questo contesto le eccellenze industriali italiane che si occupano di mobilità sapranno fare la loro parte».


Quali sono i modelli europei da cui prendere esempio?

«In generale prediligo il modello italiano. Sfatiamo un mito: la normativa italiana in materia ambientale è anche più evoluta rispetto a quella di altri Paesi europei. Dal punto di vista culturale, c’è una certa omogeneità nell’approccio a comportamenti “micro o macro” improntati alla salvaguardia ambientale. Probabilmente anche in relazione alle caratteristiche dei propri territori, alcuni Paesi hanno fatto più progressi su talune tipologie di infrastrutture e mezzi di comunicazione, ed altri fisiologicamente meno. Quindi i modelli vanno visti non tanto in relazione all’appartenenza all’uno o all’altro Paese, ma alla bontà dell’iniziativa in sé. E poi, me lo lasci dire, puntiamo sull’ineguagliabile inventiva italiana e lavoriamo affinché le nostre menti siano pienamente coinvolte in questa transizione epocale».


Sul fronte energetico quale sarà la risorsa che sosterrà questa rivoluzione e su cui l’Italia deve puntare?

«Personalmente parto dalla logica della neutralità tecnologica, inutile dire che la priorità sia l’abbattimento delle emissioni secondo gli obiettivi della COP26, e quindi è opportuno fare un bilanciamento tra le varie fonti per adattarle, con tutti i vincoli tecnici che le caratterizzano, all’impiego più ottimale dal punto di vista ambientale, sociale ed economico. Tra l’altro puntare in modo sbilanciato sull’una o l’altra fonte aumenta il rischio della dipendenza estera nell’approvvigionamento; le conseguenze di ciò si sono viste con il caro energia innalzatosi per l’incremento della domanda di beni e servizi a livello globale».


Sofia Fraschini - Giornalista economico-finanziaria, laureata in Sociologia a indirizzo Comunicazione e Mass media, ha iniziato la sua carriera nel gruppo Editori PerlaFinanza dove ha lavorato per il quotidiano Finanza&Mercati e per il settimanale Borsa&Finanza specializzandosi in finanza pubblica e mercati finanziari, in particolare nei settori Energia e Costruzioni. In seguito, ha collaborato con Lettera43, Panorama, Avvenire e LA7, come inviata televisiva per la trasmissione L’Aria che Tira. Dal 2013 lavora come collaboratrice per la redazione economica de Il Giornale e dal 2020, per il mensile del sito Focus Risparmio di Assogestioni.

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