Un render di ION Satellite Carrier (ph.cr. D-Orbit)

Un render di ION Satellite Carrier (ph.cr. D-Orbit)

«Lo spazio? Un’infrastruttura digitale globale. E noi la costruiamo»

La traiettoria di D-Orbit, l’azienda di logistica spaziale partita nel 2011 dalla Lombardia trasporta satelliti in orbita, cloud, geointelligence e guarda al futuro tra data center e riciclo orbitante

Una sorta di “Amazon dello spazio” in salsa italiana. Fondata nel 2011 da Luca Rossettini e Luca Panesi, D-Orbit è oggi una delle realtà più avanzate nel settore della “space logistics”. Un orgoglio tricolore e una storia aziendale, con base a Fino Mornasco (Como), nata dall’intuizione che il futuro dell’economia spaziale sarebbe stato guidato dalle costellazioni di piccoli satelliti.

Per prima, l’azienda ha costruito negli anni un’infrastruttura capace di gestire trasporto orbitaleelaborazione dati nello spazio e servizi di manutenzione satellitare. Uno dei due fondatori, Luca Panesi, ripercorre insieme a Infra Journal le origini della società, le principali tappe della crescita internazionale di D-Orbit e le sfide tecnologiche e industriali della nuova “space economy”, dalla sostenibilità delle orbite fino alle future infrastrutture digitali nello spazio.
 

Come nasce D-Orbit e perché? Che ruolo avete avuto lei e Luca Rossettini?

«D-Orbit nasce nel 2011 da un progetto sviluppato con Luca Rossettini durante un’esperienza in Silicon Valley grazie a una borsa di studio Fulbright. Avevamo intuito che il settore spaziale stava cambiando: il futuro non sarebbe stato fatto da pochi grandi satelliti, ma da costellazioni di piccoli satelliti, più economici e flessibili. Questo modello richiedeva nuovi servizi logistici: gestione delle orbite, rilascio dei satelliti e smaltimento a fine vita. Noi abbiamo scelto di non competere con gli operatori delle costellazioni, ma di costruire l’infrastruttura per servirli. Il primo focus è stato proprio il “decommissioning” dei satelliti, da cui deriva anche il nome D-Orbit».


Vi considerate pionieri in Italia?

«Sì. Nel 2011 il “new space” in Italia praticamente non esisteva: pochi investimenti, pochissime startup e un ecosistema ancora tradizionale. I primi anni li abbiamo costruiti collaborando con ESA e ASI e partecipando a programmi europei come Horizon 2020. Abbiamo persino realizzato internamente camere bianche e centro di controllo missione per contenere i costi. Quella necessità è poi diventata un vantaggio competitivo».


Qual era l’intuizione iniziale?

«Durante l’esperienza in Silicon Valley abbiamo visto nascere i primi progetti di grandi costellazioni di satelliti. In quella che sembrava una corsa all’oro, noi volevamo “vendere pale e picconi”: creare la logistica orbitale. L’idea era sviluppare veicoli capaci di trasportare satelliti, rilasciarli nelle orbite corrette, ospitare esperimenti e, in futuro, ripararli o recuperarli. All’epoca sembrava fantascienza, oggi è un’attività operativa».


Quali sono state le tappe più importanti della crescita di D-Orbit?

«La prima svolta è stato il primo round di finanziamento, che ci ha permesso di sviluppare la tecnologia e ampliare il team. Nel 2017 abbiamo lanciato D-Sat, il primo satellite interamente progettato e operato da D-Orbit, fondamentale per sviluppare competenze di propulsione e operazioni autonome. Da lì è nato ION Satellite Carrier, lanciato nel 2020 e diventato subito un servizio commerciale: oggi conta 22 missioni e oltre 210 payload portati in orbita. Nel 2024 sono arrivati il contratto ESA da 119 milioni per la missione RISE e un aumento di capitale da 150 milioni. Infine, nel 2025, l’integrazione con Planetek ci ha aperto il settore dei dati satellitari. La sfida più difficile è stata resistere nei primi anni, quando il mercato della logistica orbitale ancora non esisteva».


Come si articolano oggi le attività di D-Orbit?

«Oggi lavoriamo su quattro aree principali. La prima è la logistica orbitale con ION Satellite Carrier, che trasporta satelliti e ospita payload. La seconda sono gli Space Cloud Services, che permettono di elaborare dati direttamente nello spazio. La terza è il servicing in orbita: riparare, rifornire o riposizionare satelliti grazie alla piattaforma GEA, sviluppata per la missione RISE. La quarta area, nata con Planetek, riguarda i servizi di intelligence geospaziale basati sui dati satellitari. Negli ultimi anni la crescita più forte è arrivata dalla continuità delle missioni ION e dall’ingresso nel mercato del servicing orbitale».


In cosa vi differenziate dai competitor internazionali?

«Il nostro vantaggio principale è l’esperienza accumulata. Abbiamo iniziato a lavorare sulla logistica orbitale prima di molti altri e questo significa anni di test e missioni reali. Oggi possiamo offrire un’infrastruttura completa: trasporto orbitale, hosting di payload, calcolo in orbita e, presto, servicing e decommissioning. ESA e ASI sono stati partner fondamentali sin dall’inizio, perché hanno sostenuto una visione che allora il mercato non riconosceva ancora».


Su quali tecnologie state investendo per il futuro?

«Nel breve termine stiamo ampliando una rete di nodi di calcolo in orbita per elaborare dati direttamente nello spazio. Nel medio termine lavoriamo sulla piattaforma GEA e sulla missione RISE, che permetteranno manutenzione e servicing dei satelliti geostazionari. Nel lungo periodo guardiamo al riciclo di materiali spaziali e all’assemblaggio di veicoli direttamente in orbita, senza lanciare tutto da Terra».


Quanto conta la sostenibilità nella space economy?

«Per noi è fondamentale. Ogni satellite senza un piano di fine vita aumenta il rischio di collisioni e rende più difficile operare nello spazio. La congestione orbitale è già oggi un problema economico concreto. Per questo lavoriamo da sempre su decommissioning e gestione sostenibile delle orbite».


Come immaginate le infrastrutture digitali nello spazio?

«Nei prossimi anni lo spazio diventerà un’infrastruttura digitale globale. Le costellazioni satellitari garantiranno connettività ovunque, anche nelle aree più remote o colpite da disastri. Sempre più dati verranno elaborati direttamente in orbita grazie all’intelligenza artificiale, riducendo tempi e quantità di informazioni da trasmettere a Terra. In prospettiva nasceranno veri e propri data center orbitali integrati con quelli terrestri. E quando ci saranno attività permanenti sulla Luna, connettività e servizi digitali arriveranno probabilmente prima dalle infrastrutture spaziali che dalla superficie lunare stessa».


Sofia Fraschini - Giornalista economico-finanziaria, laureata in Sociologia a indirizzo Comunicazione e Mass media, ha iniziato la sua carriera nel gruppo Editori PerlaFinanza (gruppo Class Editori) dove ha lavorato per il quotidiano Finanza&Mercati e per il settimanale Borsa&Finanza specializzandosi in finanza pubblica e mercati finanziari, in particolare nei settori Energia e Costruzioni. In seguito, ha collaborato con Lettera43, Panorama, Avvenire e LA7, come inviata televisiva per la trasmissione L’Aria che Tira. Dal 2013 lavora come collaboratrice per la redazione economica de Il Giornale e dal 2020, per il mensile del sito Focus Risparmio di Assogestioni.

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